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Aniello Montano
Figure senza forme: una pittura elegante

Non so quanto sia appropriato, come pure è sembrato a qualche critico illustre, riferire la recente pittura di Ferdinando Ambrosino alla spiritualità greco-arcaica e mitologica che continua ad aleggiare in tutta l’estesa zona dei Campi Flegrei.

Certo, l’essere nato e l’aver vissuto una vita intera in un angolo della terra a così densa tradizione culturale, e in cui i resti e le testimonianze dell’antica civiltà greca prima, e romana poi, sono presenti dappertutto, sono incorporati nella struttura delle case, fanno bella mostra di sé all’aperto e nel chiuso di cantine e locali privati, non manca di incidere sulla formazione di un uomo di profonda sensibilità e di fervida fantasia.

Ma, altro è incidere lasciando tracce sulla personalità del pittore, altro è plasmarlo o assorbirlo all’interno del proprio ambito culturale. Nella pittura più recente di Ferdinando Ambrosino, seppure non manca qualche cenno o qualche eco — più indiretti che espliciti o di primo piano — della mitologia flegrea, c’è certamente l’esplosione di una poetica originale e personalissima.

Ambrosino è pittore ricco di una personalità artistica autonoma, a chiara vocazione internazionale, e troppo maturo per rimanere legato a forme e a modelli culturali che sicuramente non avranno mancato di affascinarlo e di entusiasmarlo nella sua adolescenza e nella sua giovinezza, ma che oggi non alimentano direttamente e in modo esclusivo la sua creatività. La cifra del fare artistico di Ambrosino tra lo scadere degli anni ottanta e i primi dell’ultimo decennio del millennio, non va cercata all’esterno, nell’ambiente circostante, ricco e fascinoso quanto si vuole, ma all’interno della personalità del pittore stesso.

È nei percorsi della sua psicologia, nelle pieghe della sua esperienza di uomo, di intellettuale e di artista che va trovata la chiave di lettura di una pittura complessa, ricercata, articolata, preziosa, densa e intensa, eppure limpida, lineare, raffinata, elegante e di grande fascino. Sperimentatore di tutte le tecniche e pronto al cimento con tutte le forme artistiche, dal disegno alla pittura, dalla ceramica alla preparazione di gioielli, Ambrosino ha raggiunto livelli espressivi e stilemi semantici di grande finezza e lindore.

E il suo itinerario spirituale e civile l’ha condotto a conoscere e a sperimentare direttamente uomini e civiltà diverse.

Dalla fine degli anni ottanta, perciò, avverte che la sua arte non può limitarsi a rappresentare la superficie della realtà, a semplicemente caricare di grazia e di poesia l’esistente. Avverte, invece, l’esigenza di entrare nel vivo del reale, di scavarlo, di coglierne l’essenza, di saggiarne l’anima per poi raccontare sulla tela la storia di questo suo viaggio all’interno del vero, dentro la memoria e la speranza degli uomini.

Si verifica, perciò, una trasformazione completa nella personale storia artistica di
Ferdinando Ambrosino.
Con la rinuncia alla pittura realistica e d’ambiente, l’artista si rende disponibile ad attivare liberamente l’inventiva e l’enorme energia creativa possedute.


Conquista un’assoluta libertà espressiva. Fa del colore il vero unico protagonista della sua azione pittorica. Questo non determina l’abbandono della forma e il cedimento all’informale. Significa soltanto affrancamento dalla tirannia della figura e della forma nella sua versione realistica e oggettuale. Figure e forme sono come scarnificate, frammentate, ridotte a segni e a linee essenziali, allusivi più che esplicativi, che indicano per cenni, per vestigia, per strutture essenziali.

Ambrosino sembra sentire come problema l’esatto contrario di quello che preoccupa gli altri pittori. Questi hanno il rovello di come riempire la tela, di come fare entrare nel quadro quante più forme possibile. Sono angustiati dal problema del vuoto. Ambrosino, invece, s’industria a togliere dalla tela alcune figure, a sgretolare certe forme.
E laddove erano figure e forme, lascia soltanto la traccia e la memoria cromatica di esse.

Le figure residue sembrano come le anime della Commedia dantesca: figure-forme prive di consistenza materica, fluttuanti, senza alcun ancoraggio alla terra. In questo lavoro di alleggerimento dell’insieme, si realizza l’incanto di una tessitura cromatica iridescente e vibratile, che impreziosisce e carica di magia l’insieme, e che consente alle icone di esprimere con maggiore libertà la carica emozionale e narrativa a esse affidata dall’artista. Nell’ultima produzione di Ferdinando Ambrosino, la pittura assume l’andamento del racconto, di una narrazione allusiva intessuta di sequenze successive, di quadri o di icone che sono come tasselli di un unico, grande, récit pittorico.

L’artista ha maturato ormai un suo originalissimo punto di vista sul mondo.
E lo esprime con la forza plastica del suo cromatismo. Nel lavoro di essenzializzazione della figura e della materia pittorica ha raggiunto punte di ineguagliabile finezza.
Il colore acquista la sua vibratile iridescenza attraverso una serie di sovrapposizioni, la cui leggerezza crea trasparenze di grande limpidezza e nitore.
Il colore sottostante si annuncia nella sua tonalità originale, nel mentre si fonde e trascolora in quello sovrastante. È il risultato di sovrapposizioni successive di delicate e sottilissime pellicole cromatiche, senza grumi e senza corposità materiche.

Pellicole talmente sottili da fare intravedere la trama e l’ordito della tela. Eppure, capaci di dare volume e consistenza, talvolta perfino ariose rotondità, alle figure e ai frammenti di corpi. La figurazione, in tal modo, non perde affatto la sua intenzionalità significante. E, in più, acquista in originalità e in libertà espressive.
I registri tonali delle cromie sono scanditi su una tavolozza varia, mai squillante, che dà il senso di un patinato matto. I violetti, i rossi, i blu, i verdi muschio, i gialli citrini, quasi sulfurei, sono intervallati da luci chiare lattiginose, dal camoscio al crema, mai da bianchi aspri e accecanti o da pastellati tenui, spiranti tenerezza morbosa.
La superficie del quadro è divisa in più campiture.
Una centrale, ampia, il cui colore disegna una scena simbolica e da cui si irradia la luce che funge da guida per tutto il racconto.

A questa fanno da corona, in una successione ordinata e lineare, una serie di tante altre campiture più piccole contenenti icone, tutte racchiuse in una linea-cornice, come momenti particolari del dipanarsi della storia. Icone, scene e figure che finiscono talvolta per impegnare la stessa superficie della cornice, quasi a irretirla nel contesto del racconto pittorico. Dall’insieme sembra emanare un alone di sacralità, un profumo di religiosità bizantina, ortodossa, fatta di silenzi e di toni smorzati. La natura squisitamente allusiva, non raffigurativa, non realisticamente espressionistica della pittura di Ambrosino non consente di individuare un nucleo oggettivo della narrazione, un percorso interpretativo esclusivo.

La sequenza delle icone a noi sembra alludere a un viaggio di natura psicologica e spirituale. Sembra raccontare le tappe storiche e metafisiche del farsi della spiritualità occidentale, di una spiritualità tutta sotto il segno del sacro.

Il pittore sembra farsi cantore del cammino dello spirito, di uno spirito che, attraverso la sequenza delle immagini, si lascia soltanto intravedere, mai cogliere nella rischiarante luce meridiana.

Ed è per questo che le figure sono ridotte a frammenti, le luci a iridescenze e a vibrazioni, la materia cromatica a toni smorzati e umbratili. 1999

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