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Armando Verdiglione
L'apertura e lo squarcio

La pittura di Ferdinando Ambrosino trae con sé anche le prerogative della scultura e dell’architettura. I quadri di cui qui viene data la fotografia costituiscono l’esplorazione artistica, fine e tranquilla del cielo. Nessun naturalismo.E nessun animismo.

Ambrosino non ha bisogno né di rappresentare né di riflettere una realtà data. Inventa un’altra realtà. E cammina sui suoi bordi e sulle sue corde. Prova a camminare nel cielo. Senza revivalismo. Senza passatismo. Senza l’accozzaglia eclettica di questo o di quell’elemento del passato pitturale, storico o sociale. Più che controcorrente, egli non segue nessun modo corrente della pittura, nessun discorso comune da rispettare.

Elabora, nel suo modo, il disagio. E la pittura risulta essenziale al suo cammino, una variazione costante, anziché una variabile, il gioco ineliminabile della vita. Autenticità e generosità di un cammino. Verso una scena originaria, anziché del catastrofismo, del male, del negativo. Ambrosino non dipinge per pagare un debito né per riparare a qualcosa.

Si rivolge alla qualità, nonché alla scena originaria. I suoi quadri procedono da un’apertura non sociale. E si costruiscono con l’arte del colore della parola. Arte uditiva, anziché visiva. Quadri da udire e da leggere, da intendere. Quadri che respingono il voyeurismo.

Senza riferimento alla sostanza, alla morte. Nulla sta sotto questa pittura, nulla che consenta di dominarla, di riportarla a una visione del mondo, di renderla comunemente significabile, di asservirla al luogo comune. Le cose non sono quelle viste né già viste né da vedere. Le figure non appartengono al mondo né alle sue visioni.

In questi quadri: scultura, come arte della combinazione fra il corpo e la scena; architettura, come arte oggettuale, di ciò che dello specchio, dello sguardo e, sopra tutto, della voce si getta contro; pittura, come numismatica, come arte della moneta, del colore della parola, come arte della puntualità. Senza la scultura, ognuno può farsi statua, pietrificarsi, come ognuno può cadaverizzarsi, senza la strategia, arte della piegatura.

Senza l’architettura, ognuno può farsi soggetto, padrone o schiavo della parola, garante dell’ordine tanatologico. Senza la pittura, ognuno può colorarsi, mettersi al servizio di qualche bandiera, può edificare sulla sabbia, senza la pietra, senza la pietra d’inciampo. Altra faccia della scultura la strategia. Altra faccia della pittura la moda, il modo con cui si scrivono le cose, anche dipingendo. Altra faccia dell’architettura, la musica, arte della luce, del modo in cui le cose, dividendosi e piegandosi, facendosi, scrivendosi, s’intendono, senza nessuna intesa comune esente da parola, senza nessuna comprensione esente da malinteso.

Importa in questi quadri l’arte della puntualità della voce. Importa il punto vuoto, che sancisce come le cose non procedano dal principio di unità, di chiusura e di circolarità, ma dall’apertura, dalla diade. Il punto vuoto rimane invisibile e intoccabile. Punto di astrazione, anziché astrazione dal punto. Quadri di astrazione, pertanto, dal mondano, dal naturale, dal domestico, dal principio di soppressione dell’infinito, dell’Altro. Apologhi e parabole di un cammino. Quadri singolari e specifici. Quadri che trovano nel contrappunto del colore dello specchio, del colore dello sguardo e del colore della voce, la condizione della loro arte. Quadri di artista e non già, semplicisticamente, di professionista.

Quadri che procedono dalla speranza per proporre l’arte dell’intendimento delle cose, nella propria lingua, secondo il mito della Pentecoste. Nessuna linearità. Nessun appianamento. Quadri pervasi da un altro tempo, da un tempo senza fine.

Donne, uomini, bottiglie, piante, montagne, fiori, frutti, finestre, orizzonti, piazze, mari, palazzi, cattedrali, lune, valli, prati partecipano a un ritmo che rilascia l’enigma della differenza invalicabile. Importano il tratto, il dettaglio. Importa l’aritmetica di una visione non algebrica. Ambrosino non cerca l’algebra della pittura, non cerca di colorare il mondo per rappresentarlo, per interpretarlo, per trasformarlo. Le cose, qui, nascono altrimenti, secondo la loro particolarità, secondo l’idioma di una ricerca, di una storia e si strutturano nella loro specificità. Arte tranquilla, audace e umile che trae con sé la pace, l’appagamento, il piacere, anziché la calma quale segno dell’abolizione dell’Altro.

Arte che provoca, questiona, interpella per un altro appuntamento, per un altro colore e un’altra luce della parola. Arte che non mostra né dimostra, ma che invita alla prova dell’impossibile e della verità. Ciascun quadro convoca a vivere di aria e di superfluo, a pensare e a fare, a udire. Io rendo omaggio a Ferdinando Ambrosino.

E saluto nella sua pittura il distacco dalla provincia, dal luogo comune e l’inaugurazione di un’altra città, di una città planetaria, non più burocratica.

Mi piace il suo scandalo, mi piace il suo infinito, mi piace la sua luce. Un piacere intellettuale, senza collegamento con nessun ricordo e nessuna cosa vista.

Ambrosino inventa un’altra lingua e un’altra scrittura.

Con stile ha scagliato le cose e la nostra Italia nel cielo e ha consegnato noi al paradiso.

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