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Julius Edlis
Alla ricerca del tempo ritrovato

È lo stesso Ferdinando Ambrosino a suggerire il titolo di queste brevi note sulla sua pittura, cosa da cui traspare più l’entusiasmo del neofita che la conoscenza dell’esperto.

Fra tutte le sue opere, sono numerose quelle dal titolo À la recherche du temps o, ancora più misteriosamente, À la recherche.

L’oggetto della ricerca del pittore non è però un tempo perduto, o uno spazio già esplorato, o colori velati trattenuti solo dalla sua memoria; egli cerca e scopre! un mondo nuovo, sconosciuto e inviolato, che lo lascia estasiato e disarmato come un bambino. E in maniera strana, inesplicabile, come sempre accade nell’arte vera, si comunica a chi osserva le sue tele una gioia limpida, impetuosa, simile ai colori che proprio lui, Ambrosino, utilizza gioia della prima scoperta e frenesia incontrollabile di chi scopre per primo.

Guardandole, proprio come il mozzo sull’albero maestro della Santa Maria, si avrebbe voglia, ebbri, di gridare: “Terra!”.
È davvero una nuova terra quella che si schiude generosamente, senza pudori, davanti a noi.

In più e finora non mi era mai capitato di notarlo in un altro pittore quel mondo, quell’universo che si svela ai nostri occhi, si proietta in prospettiva verso di noi e non nella profondità dell’oggetto rappresentato sulla tela, come se la prospettiva si rovesciasse e si distendesse fino a noi, prolungandosi e offrendoci colori e volumi, come se fosse l’artista in persona a trovarsi dietro la tela e stesse costruendola a rovescio.

Il risultato è un insolito, sorprendente effetto d’implicazione e di compartecipazione dell’osservatore, e della sua compresenza all’interno dell’opera.
Come se per la tela quindi per l’artista, suo creatore lo spazio si rivelasse troppo stretto e deflagrasse, oltrepassando i limiti della bidimensionalità per precipitare contro di noi e avvolgerci in un abbraccio forte e da cui non possiamo scioglierci.

I colori sono compatti e fluidi, i toni ipersaturi, la composizione vibrante fino allo spasmo, fino al sibilo prolungato nell’orecchio, come se la tela toro furioso nella concitazione del duello mortale con il pubblico toreador strappasse ora le catene nell’arena inondata di sole, di fronte a una folla crudele e in delirio.

E davanti al nostro sguardo ecco l’eterna e sfavillante muleta: persino le ombre, nell’arte di Ambrosino, sono pericolosamente rosse, inquietanti, intrise del sangue vivo e vivificante della libertà creatrice che, come una vena, si gonfia, pronta a zampillare, ardente, bruciante.

Forse tutto dipende dal fatto che l’artista, originario del sud, del Suditalia impetuoso e passionale, ha assimilato durante l’infanzia la luminosità un po’ gaia un po’ tormentosa, la fusione di ombre e luci che gli derivano da Napoli, sua città natale, così sognante, indocile e inquieta, ma anche estremamente concreta, vera, terrestre. Per non parlare della vitalità frenetica di Ambrosino e della sua esuberanza.

Nonostante il rifiuto categorico del figurativo nella rappresentazione dell’oggetto e la negazione del concreto nel disegno e nella composizione, le sue tele quando si riesce a penetrarle, o accoglierle, o addirittura si osa riprodurle sembrano invase da un’armonia empirica, fatta di realtà, di dettagli quotidiani, di uno spazio compatto e di un tempo cristallizzato nella sua corsa incessante. La loro essenza è la vita, la realtà.

L’artista non finge, non indulge alla civetteria, non complica in maniera artificiale o pomposa la propria arte: semplicemente, è così che Ambrosino vede e interpreta il mondo, è così che il mondo appare vivo in lui. Nelle sue vene ci sono più globuli rossi che bianchi; la passione prevale sulla ragione, l’entusiasmo della sintesi sulla fredda analisi.

Per dirla con Pus?kin, “non disseziona la musica come se fosse un cadavere” né “misura l’armonia con l’algebra”.

Anzi, ansima nella foga e nello spasimo di trasferire sulla tela la passione, la musica, l’armonia nelle loro forme primigenie, arcaiche, nei loro ritmi. Così la Composizione azzurra (1991) e la Composizione in grigio (1991) sono fiammeggianti, abbagliano lo sguardo e lo allietano, bruciano senza mai spegnersi.

E ancora, c’è tutta la loro aria di festa, e l’euforia carnevalesca, perché l’arte è una festa, anche se si è arrivati a dimenticarlo, in questa epoca pragmatica e mercantilizzata. Ambrosino ci restituisce la festa, ce ne fa dono, riconducendoci ai giorni lontani della nostra infanzia, a quella percezione della vita integra e gioiosa.

È un idolatra della forma e del colore, un pagano, un “adoratore del fuoco”; i suoi personaggi e i suoi amanti non hanno ancora morso il triste frutto dell’albero della conoscenza; sono ancora liberi e consumano liberamente le loro passioni terrestri, senza i lacci della moderazione e del buon senso.

Insomma, sono riconoscente al destino per avermi fatto scoprire questo inedito, splendido universo di colori, brucianti di passione. 1992


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