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Franco Farina
Ambrosino e i preludi di Debussy

L’esito espressivo quasi sempre si rapporta a scelte di campo che non necessariamente affrontano in maniera diretta la diffusa inquietudine che investe la società per i dubbi e le paure in un incerto futuro che genera condizioni di ansietà di cui siamo vittime non senza colpa.

Modalità che rispondono a istanze maturate, fanno del prodotto artistico una testimonianza che veicola, anche in negativo, valori e non valori che riverberano verità e tensioni interiori.

Le opere che Ferdinando Ambrosino ha realizzato in questi ultimi tempi rappresentano certamente una esperienza esistenziale che approda infatti in uno spazio dilatato, il paesaggio naturalistico, uno spazio che è dentro e fuori di noi.
A differenza di lavori precedenti, si riscontra ora una più autonoma invenzione, una superiore potenzialità emozionale, arricchita di complessità operative che sono modulate in un vivace cromatismo di impronta mediterranea. Luce e volumi in armonica consonanza rievocano corpose e rarefatte atmosfere, dense di umori, che ricordano piuttosto località non contaminate, soggette esclusivamente alle forze prorompenti della natura.

Sono visioni che catalizzano lo sguardo, che si perde in non delineati contorni che ricordano i preludi di Debussy e che tuttavia traspirano una discreta e pacata serenità elegiaca dopo lo scatenarsi degli elementi.

Che Ambrosino faccia perno su uno spiccato talento che si manifesta con abile operosità che è parallela a una forte coscienza ideologica del fare arte, non credo possano sussistere dubbi, proprio per le entità intuizionali che caratterizzano il suo linguaggio.

Nella più parte dei casi la non presenza centrale dell’immagine allude a una situazione dove affiora una partecipata consapevolezza che non esclude la dimensione della memoria, del ricordo, del sogno, che si affermano come racconto snodantesi su di un vissuto individuale che è insieme collettivo. La dimensione psicologica delle opere è lucida e individua situazioni della storia e della cronaca giocate sull’immediatezza emotiva, segnali di una tensione e di un dinamismo che non escludono conflittualità insite nella natura.

È il caso di ribadire la genuinità e lo spessore culturale di questi esterni-interni riassunti con forte cromatismo e con coerenza linguistica, reso con un senso quasi tattile, dove non è assente la suggestione di località non estranee, che senza essere popolari, raccolgono consensi perché esprimono precise relazioni conscie e inconscie.

Forse implicazioni partenopee danno alla pittura di Ferdinando Ambrosino un senso di serena libertà unitamente a un senso di abbandono che non è evasione dalla realtà, bensì crogiolo dove fantasie diurne si fondono a moti di pensiero, fors’anche a utopie.
In un certo senso l’intento socializzante più che essere conclamato è sotteso in quanto l’uomo non appare, resta fuori campo ma è pur sempre presente.

Un sentire laico e nel contempo religioso della natura che via via si cristallizza per osmosi in figurazioni che testimoniano un impegno che ha rispondenze in uno spazio interiore tutt’altro che monocorde. Sicuramente questa mostra costituisce un approdo temporaneo, perché già si intravvede un più meditato e sottile modo di cogliere le cose, una più pensosa e esaustiva concezione del fare arte, più aperto, più rispondente, più eclettico, se si vuole, soggetto quindi a modificazioni imputabili a esperienze di percorso in uno stretto rapporto di continuità. Sempre più e meglio, infatti, la luce che esalta il forte cromatismo diventa parte essenziale del dipinto le cui vibrazioni diversificano e mettono in secondo piano soluzioni prevalentemente materiche.

È fuor di dubbio che Ferdinando Ambrosino esplicita una sua poetica che si traduce come cifra, che è quella di un operatore estetico che indaga le cose e gli arcani del reale e dell’immaginario attraverso il filtro dell’esperienza, resistendo alla suggestione dei vari avventurismi di moda. 1987


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