Gabi Gleichmann
La pittura di Ferdinando Ambrosino
Come mostrano gli autoritratti di Ferdinando Ambrosino, gli sta a pennello una descrizione laconica: nato a Bacoli, pittore, oltre che amministratore e politico.
Triste e vitale, furioso e tenero, è un uomo che cerca oltre le apparenze. Un uomo la cui poesia deve sempre attraversare grandi distanze.
Un uomo che, forse, è come la musica: presente, eppure distaccato dal visibile.
E, per di più, è grande pittore. Ferdinando Ambrosino è un pittore puro.
La sua purezza sta nel saper accogliere il reale. Vivrà, senza dubbio. Perché è un grande artista del colore. Ambrosino dipinge paesaggi, autoritratti, ritratti d’occasione, occasionali brani mitologici, nature morte, interni, cibi e nudi. Gli autoritratti e i paesaggi mi sembrano di gran lunga i quadri migliori.
I colori preferiti da Ambrosino magenta, giallo cadmio pallido, bianchi marmorei, rossi terracotta, blu ceramica, grigi argento, porpora a chiazze tendono a rendere i paesaggi mitici, perfino immaginari; ma, negli autoritratti, gli stessi colori sembrano aggiungere convinzione. È il modo in cui gli occhi di Ambrosino vedono il pittore.
I colori confermano il pittore. Gli autoritratti di Ferdinando Ambrosino chiedono pochi chiarimenti. Sono riconoscibili all’istante. In realtà, impongono una sorta di silenzio, un ascolto. Non ci troviamo di fronte alla traccia o alla lotta di un pittore, ma a un’immagine compiuta, e proprio il suo compimento impone una sorta di ascolto, durante il quale il pittore svanisce, e gradualmente, attraverso l’immagine, emerge il tema del quadro.
Lo sguardo particolare di Ambrosino è sicuramente connesso con il suo metodo di pittura. Non il suo procedimento tecnico in quanto tale, ma il metodo con cui la sua visione trasforma il visibile. Ambrosino sembra che incominci ciascun dipinto con qualche curva
(la curva del sopracciglio, della testa, delle spalle).
E, dopo ore di lavoro, di modifiche, di affinamento, di ricerca, spera di trovare, di conservare la doppia funzione della curva. Spera di trovare le curve, che saranno simultaneamente lettera e carne, fino a costituire qualcosa di prossimo al nome della persona. Il nome che è parola e presenza fisica: Ambrosino.
I suoi colori sono riconoscibili all’istante, come l’uso delle curve. E sorprendenti. Pochi pittori contemporanei dipingono la carne in modo così radioso. In che modo ottiene tale luminosità e freschezza? Il suo colore si articola, in modo sensibile e misterioso, con il presente, con il tangibile, e si fa emblematico.
La radiosità del volto diventa un campo emblematico di poesia. Volendo fare un discorso sui pittori che sono entrati nel contesto artistico di Ferdinando Ambrosino, si potrebbe parlare dei primitivi italiani, dell’arte bizantina, di Ingres, di Cézanne.
Eppure, mi sembra che, se c’è una pittura a cui possano essere accostati, sia pure da lontano, gli autoritratti di Ambrosino, questa è l’arte delle icone russe, benché, forse, non ci sia nessuna influenza diretta. La profonda affinità non è stilistica ma sta piuttosto nella qualità della presenza delle figure. Figure presenti, che aspettano.
Aspettano con tanta costanza, con tanta tranquillità. Sono immobili, come immobile è il litorale dinanzi al movimento senza fine del mare.
E questa distanza significa che, nella loro presenza, c’è una qualità di assenza.
E quando entrano nella mente dello spettatore questo aspettano diventano più presenti dell’immediato.
Ferdinando Ambrosino vuole che i suoi autoritratti convochino la presenza del modello e la diffondano, ma la diffondano come un’aura nella fantasia e nella memoria sue e dello spettatore. Vuole che la sua pittura si rivolga sia alla carne sia all’anima.
E a questo giunge, nelle sue opere eccellenti. Ambrosino rifiuta le ovvie scorciatoie di simboli, gesti, sorrisi o espressioni.
Perciò, sopprime spesso la visione del mondo. L’immagine si concentra, si diffonde, si distingue, è sia emblema sia esistenza. Come un nome.
Ciascuna cosa inizia con la pelle, la carne e la superficie del corpo. Inizia con la pelle e con ciò che ne traccia i contorni. E qui ciascuna cosa si compie. Lungo il contorno sta la posta in gioco dell’arte di Ambrosino.
E qual è la posta in gioco?
L’incontro infinito.
Incontro che ha luogo solo nella mente e nel cuore: molto complesso e, al tempo stesso, molto semplice. L’infinito, negli autoritratti di Ferdinando Ambrosino come pure nelle icone, abbandona lo spazio ed entra nel regno del tempo.
L’infinito cerca un segno, un emblema: si lega a un nome che appartiene a una lingua che, a differenza del corpo, resta. 1992
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