Ferdinando Ambrosino La leggenda di Napoli
Ferdinando Ambrosino Le gesta di Orlando
Ferdinando Ambrosino Campi ardenti
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Armando Verdiglione
L'icona mediterranea

Un bel mattino di Pasqua, voi arrivate a Napoli. Ammirate il golfo, la collina, il monte. Vi soffermate sul mare, sull’orizzonte, sulla luce. Visitate il Castel dell’Ovo, il Maschio Angioino. Poi entrate a Palazzo Reale: corridoi, scale, stanze, soffitti. Avete già studiato proprio tutto? Allora, scrutate, compulsate, sfogliate, leggete ciascuna opera. L’azzardo, l’incontro, il rischio. Qualcosa incomincia. Qualcosa debutta. Per ciascuna opera s’instaura l’interlocutore. La memoria si scrive.

E trovate il vostro avvenire attuale. L’oralità è l’altro modo della scrittura. Le arti e le invenzioni del cielo e del paradiso sono convocate a scriversi. E ciò che voi vedete, lo udite: va e viene, in una comunicazione da lontano. La metrica è pioniera dell’aritmetica del viaggio di qualificazione. Le epoche si dileguano, nell’eternità di ciascuna opera che voi leggete.

Il museo è il film della civiltà: il testo giunge alla cifra. Questa acquisizione del classico è il messaggio, che conclude la vostra saga con l’estrema prova di verità e di riso, effettuali. Non avete da interpretare né da commentare né da decifrare nulla: il museo offre la cifratura della vostra vita. Voi uscite da Palazzo Reale e arrivate a Capodimonte: la collina, il giardino, i bambini, i fidanzati, il turismo intellettuale dell’umanità.

Voi entrate nelle varie e differenti sale del monumento: altre opere, altre testimonianze di quanto avverrà, inatteso, altre scritture alle pareti, sui pavimenti, ai soffitti. Camminate, percorrete, guardate: ciascun dettaglio, la punteggiatura, il ritratto del vostro viaggio. La spaziatura non ha confini né delimitazioni: dalla traccia come modo del due originario al modo dell’anatomia nella videomatica della sembianza e al modo del tempo nella batteria della soddisfazione e del profitto intellettuale.

E non c’è più stanchezza: la questione intellettuale risulta ineludibile. E non c’è più tristezza: il dispositivo della rivoluzione della parola è dispositivo di allegria, dispositivo di forza. E mai più voi vi smarrite: il museo conclude il vostro viaggio, la vostra domanda è intellettuale, voi non perdete la direzione. Piano terra, primo piano, secondo piano. Forse terzo piano? Non ci sono più né il piano né il lineare né il circolare: Capodimonte s’inscrive nella vostra navigazione intellettuale. E vi ritrovate, la sera, sul vostro terrazzo, per ascoltare qualcosa che non è né vicino né lontano. Questi lembi di luce, voi li ritrovate di buon mattino. Il mattino dell’Angelo.

L’incontro con Ferdinando Ambrosino non si può storicizzare. Ciascun appuntamento è la condizione di un dispositivo nuovo. Di un dispositivo che si rivolge alla novità assoluta della sua intera opera. Voi attraversate la strada che si fa di monumenti, di case, di ciò che resterà della memoria. Voi vi accorgete della vostra missione. E nulla vale in sé e per sé. Ciascuna cosa dell’intellettualità è tratta verso il valore assoluto. E un valore assoluto è l’amicizia con Ferdinando Ambrosino, con la sua famiglia, con la sua opera. I villaggi, il mare e la collina: voi ritornate ancora a Bacoli, dove da sempre eravate con Ferdinando Ambrosino e dove propriamente non potete affermare di essere mai stati.

Il paesaggio immemoriale. Il paesaggio come ritratto e come scrittura. Il paesaggio come qualità della vostra vita. Cuma, la Grecia, Roma. Il Mediterraneo: dai fenici agli ebrei, ai cristiani. L’Europa che vale l’eternità delle galassie in ciascun istante dell’opera di Ferdinando Ambrosino. La traccia della vostra vita, la famiglia, la terra. Dall’oracolo all’enigma dell’ospitalità e della diplomazia. Fino al vantaggio intellettuale della Pentecoste. Senza più Apocalisse. Senza più nascondimento. Senza più segreto. Fino al piacere. Fino all’approdo alla qualità.

E vi accorgete che Ferdinando Ambrosino ha tratto l’essenziale della sua famiglia, come della storia e dell’impresa, verso la salute intellettuale, verso l’istanza di cifra. L’antro della Sibilla, la caverna di Platone, la spelonca di Leonardo: non c’è più Polifemo, non c’è più Monofemo, Odisseo è, ora, ben altro viaggiatore, ben altro messaggero. Segue a Edipo. Segue a Cristo. Segue a Dante. Ferdinando Ambrosino risulta, anche, la firma e la qualità intellettuale della sua opera. Napoli, Venezuela, gli Stati Uniti. E ancora: Parigi, Ginevra, San Pietroburgo. E di sicuro: Tokio, Venezia, Pechino.

Il viaggio viene da Gerusalemme. Dalla questione della nominazione. Ferdinando Ambrosino narra, racconta: il gestuale è il digitale, con cui si scrive l’esperienza originaria.
La terra non è un luogo. E anche il viaggio è senza luogo. “L’arte deve sentirsi.
Deve esprimere ciò che si sente”. La figura conferma tanto l’infigurale quanto l’infigurabile. E la forma, sempre altra, addita l’informale e l’informalizzabile. Ciò che si figura, si forma, si trae, arriva a scriversi. E voi entrate, con Ferdinando Ambrosino, in uno specifico dispositivo di comunicazione. “I valori della mia vita sono i valori della mia pittura”.

Quale pittura? Quale scrittura? Quale vita? Voi entrate nella casa e nell’atelier di Ferdinando Ambrosino. Che cosa si sottrae al viaggio? Il pavimento, la cornice, la parete, la trave, la ceramica, il mosaico, il recipiente, gli utensili, la finestra, la porta, la cancellata, la ringhiera, il balcone, il golfo, il pesce, il vino, il cibo: proprio nulla sfugge all’intellettualità.
Un’opera, un’altra, un’altra ancora: ciò che voi avete visto, udito, ascoltato a Palazzo Reale, a Capodimonte, fra le case, i monumenti, le vie di Napoli o lungo la riva del mare, le onde della vostra vita, le onde della luce, le onde delle arti e delle invenzioni, le onde della pittura come scritturazione costante e incessante, tutto ciò, voi lo leggete. Ora. È il museo di Ferdinando Ambrosino. Il suo museo. Il vostro museo. Il vostro film.
E l’icona non è più la stessa. Non è più l’icona bizantina. Non è più l’icona, pur rivoluzionaria e moderna, di Rublëv. L’icona di Ferdinando Ambrosino è l’icona di Napoli?
L’icona della città planetaria? L’icona del Mediterraneo? L’icona dell’Europa?
L’icona della civiltà? L’icona di Ferdinando Ambrosino è il capitale della vita originaria.
Della vostra vita. Così, ciascuna opera partecipa a questa iconografia.

Ciascuna opera è questa icona. La cifra. Come quella bellissima, grandiosa, solenne, unica, che reca il titolo Villa San Carlo Borromeo. In questo viaggio con Ferdinando Ambrosino, voi avete la chance dell’interlocuzione con Cristina Frua De Angeli. La meraviglia, la sorpresa, l’ascolto: ciascuna novità del museo della vita, lei vi rilascia e vi consegna come acquisizione perenne. Il vero e proprio tema del piacere intellettuale. A questo vostro capitalismo partecipa Filomena, la moglie di Ferdinando Ambrosino: splendida, bella, intelligente, nobile. Quello che voi qui sfogliate e leggete non è un catalogo, ma un libro d’arte e d’invenzione. Anzi, una vera e propria opera d’arte e d’invenzione. Voi attraversate la galleria, le stanze, i saloni. Navigate per colline e per mari, per monti e per pianure, per prati e per città. Viaggiate fra gli oceani e le galassie. Vi trovate, senza saperlo, in un film interattivo.

E la libertà è una virtù del principio della vita. Nessuna indifferenza, ormai, in materia di scrittura. La materia della pittura è la materia stessa della scrittura. E niente più naturalismo. Ma realismo, che impedisce tanto la codificazione quanto la convenzione morale. E pragmatismo, che impedisce la significazione di quanto avviene. E non c’è più commedia. E non c’è più tragedia. Nessun senso comico o tragico della vita. Ciascuna cosa vale, non già per il ricordo storico che la fissa e la contempla, ma per la memoria, che, nel suo atto, acquisisce movenza e ritmo, fra pausazione e modulazione, senza più nulla di fermo, nulla d’immobile, nulla di fisso. Nessuna compiacenza di un passato remoto o presente. Nessuna commozione per i propri sentimenti o per le proprie idee di ciò che è stato. Nessuna nostalgia. La parola agisce e si fa, nell’infinito e nell’eternità quali proprietà del tempo. Ne risulta l’aritmetica del viaggio. Dalla fiaba, alla favola, alla saga.

E dal testo di Ferdinando Ambrosino al suo film. Perspicace, Jean-Pierre Faye scrive: “Secondo rinascimento, infatti, perché è l’Italia che ce ne dà permanente annuncio, e per l’Europa inventa la pittura”. Ferdinando Ambrosino inventa anche la lingua della pittura, che diviene la lingua della scrittura. E il volo di Dedalo giunge alla sua cifra. È l’icona. Cifra della pittura. Cifra del romanzo. Cifra della navigazione. L’archeologia è sospesa. Anzi, dissipata. Le radici, come i mezzi e gli strumenti della vita, sono attuali.

L’attualità della vita sortisce l’icona, cui si rivolge l’intera produzione intellettuale di Ferdinando Ambrosino. L’icona non è qualcosa degli anni novanta. È la cifra della pittura fin dagli anni cinquanta. E la geologia rimane fantastica. Importano i palinsesti e gli strati di una civiltà, che è da acquisire, e cui dare un contributo. E il Mediterraneo è dispositivo di scrittura della vita. Sicché l’intera opera di Ferdinando Ambrosino appartiene alla scienza. Alla scienza della vita. Ecco le opere esposte nell’antro della Sibilla.

La memoria inscrive anche gli elementi dell’antro nel processo intellettuale, che si dirige verso l’icona. La fotografia enuncia ciò che, scrivendosi, si qualifica. Ecco i bozzetti, gli epigrammi, i sonetti, gl’inni, le novelle, i canti, le canzoni, le liriche: i dispositivi narrativi sono i dispositivi stessi del viaggio. Leggete Primavera a Cuma (1967): alberi, foglie, montagne, orizzonte s’integrano in una costruzione mitica, lirica, narrativa. Leggete Torregaveta (1968): il paesaggio emerge come tavolozza in una disposizione scritturale.

E l’azione è, non già drammatica, ma qualificante. Leggete Tufi al tramonto (1969): impossibile la geometria, impossibile la topologia. Dal disegno procede l’inscrizione delle cose nel viaggio. La vita si stratifica. E la città si fa di cose, che s’inventano e entrano in gioco. Ascoltate Paesaggio (1969): il romanzo non si legge in successione. Diviene film. Nessuna commemorazione. E nessuna reminiscenza. Avanzate, ora, fra le righe di Natura morta (1971): nessun ricordo della pittura, nessuna pittura come tale. L’immemoriale si fa qualificazione, addirittura messaggio. V’imbattete, ora, in Girasoli (1978): l’icona è cifra, non più genere, genealogia o codice. Ecco, dinanzi a voi, Ulivi (1979): il ritmo della vita procede dall’albero. L’albero non sta dinanzi. Bene e male non stanno dinanzi. La verticalità dell’albero è qualità. È apertura. Leggete La Corricella (1982): intellettualità dell’atto di memoria, trasposizione assoluta, scrittura senza concessioni e senza compromessi.

Scrittura della partitura. La Corricella è una contrada del paradiso. Attraversate, ora, e percorrete Ricordo di un paesaggio (1985): l’avvenire punta alla saga. È la glorificazione della terra attraverso il paesaggio flegreo. Leggete La stagione eterna (1985): l’infinito e l’eternità consentono alle cose, che si fanno perché si raccontano, di scriversi e di approdare alla qualità. Qui il piacere di vivere viaggiando. Fino alla cosa intellettuale. Guardate e riguardate Il giardino della verità (1985): l’intervallo, il paradiso, la strutturazione incessante, che si scrive e conclude al piacere, l’inimmaginabile.

La città appartiene al gerundio della vita. Ascoltate Lembi di luce (1987): la Pentecoste ha la sua lingua e la sua comunicazione. E le cose s’intendono. Senza più l’oscurantismo, che è proprio di ogni illuminazione. Leggete L’aurora della vita (1990): in quale galassia?
Le storie e i racconti, gli aforismi. Così, ciascuna cosa viaggia verso la verità e il riso, effettuali. E nulla mai rovina. Ecco La combinatoria della pittura (1990): nulla sfugge al processo intellettuale. Il corpo e la scena si combinano nella qualità. Leggete Gli strati del paradiso (1991), I fiori del tempo (1991) e L’infinito (1991): avete il romanzo, l’inno, il poema. Nella magnificenza. Nell’immunità. Nel ritmo solenne.
Vi trovate, ora, dinanzi alla Scrittura della Pentecoste (1992): le cose hanno bisogno di concludersi per trarre l’intero profitto intellettuale.
Ecco Messaggio di speranza (1992): la speranza, il messaggio, i dispositivi della navigazione. Leggete La gioia (1994): il fantasma non è materno. E le cose si scrivono. E si cifrano.

Leggete la storia degli autoritratti. Nulla di personale. Nessuna cura di sé o dell’Altro. La questione è essenziale: come divenire cifra. E ciascuna opera, entro il film, ha il suo tono, il suo timbro, la sua firma. Leggete e rileggete, in lungo e in largo, l’intera opera di Ferdinando Ambrosino. Non vi stancherete mai. Mai vi annoierete.

Nulla vi darà fastidio. Voi abitate, ormai, in una nave bellissima e unica.

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