Armando Verdiglione intervista Ferdinando Ambrosino
Lei nasceva a
Bacoli.
Sì, una cittadina flegrea in provincia di Napoli.
In che anno?
Nel lontano 1938. Ho compiuto i miei sessantaquattro anni. Ma,
grazie a Dio, mi sento in pieno vigore, per creare per moltissimi anni
ancora.
Inizia la nuova stagione. Anche i genitori erano di
Bacoli?
I miei genitori erano di Bacoli e i miei nonni erano di Procida.
Infatti, il cognome Ambrosino è originario dell’isola di Procida. Una
bella isola.
E da parte materna?
Da parte materna, i genitori venivano da Salerno.
Comunque, sempre dalla Campania. Bacoli però, nel 1938, era più
piccola di oggi, almeno come numero di abitanti.
Era un paese molto piccolo. Bacoli è divenuta comune autonomo nel
1917.
Si trova nel golfo di Pozzuoli.
Si affaccia sul golfo di Pozzuoli. Il mio studio è proprio di
fronte al golfo. Prima, Bacoli era una frazione di Pozzuoli. Oggi, è una
cittadina di trentamila abitanti, con i suoi problemi nel periodo estivo,
perché si affaccia sul mare, ha belle spiagge e, quindi, attrae molti
pendolari da Napoli.
Poi, ha una storia antica.
Molto antica. A Bacoli, dovunque si scavi, ci sono opere di epoca
romana. Alcune sono state valorizzate, altre distrutte nel tempo, ma le
cose più belle si possono ammirare.
Altre cose sono sorte quando la città di Napoli era la metropoli
del pianeta, cinquecento anni or sono.
Bacoli è anche sul territorio di Cuma. E Cuma rappresenta un punto
fondamentale della storia della cultura romana e della cultura antica. A
Cuma, sbarcarono i primi greci. E c’è una presenza magica: l’antro della
Sibilla. Non so se glielo ho detto, ma ho fatto un servizio fotografico
all’interno dell’antro. Abbiamo trasportato lì i miei quadri.
Sì. Sono foto in bianco e nero, di notevole efficacia.
C’è una magia particolare.
Da Procida si era trasferito il nonno o il papà?
Il nonno.
Era marinaio?
No, era della campagna. Amava la campagna. Infatti, il suo vino era
buono. Produceva la Falanchina, il Piedirosso e l’Aglianico. Era un
buongustaio. Tenendo il cellaio vicino alla spiaggia, dove i pescatori
tiravano la sciabica, egli li invitava a bere con l’orce, che spillava
dalla botte.
Mentre loro avevano il pesce fresco. Invece, il nonno materno
veniva da Salerno e si era stabilito lì.
Era stato emigrante, uno dei primi, agl’inizi del secolo. Si
trasferì negli Stati Uniti, dove rimase moltissimi anni. Anche mio padre
andò negli Stati Uniti.
Suo padre emigrò negli anni venti?
Sì, subito dopo la guerra. Trascorse un lungo periodo, dieci anni,
senza tornare mai.
Il nonno materno, che vi era stato all’inizio del
secolo…
... è rientrato molto più tardi di mio padre. È rimasto lì
trent’anni, senza volere mai portarvi la famiglia. Andava, veniva, faceva
figli e tornava in America. Non voleva trasferirsi con la
famiglia.
Non pensava di trasferirsi, ma pensava di ritornare.
Però, ha trascorso lì un lungo periodo.
Chi arriva a Bacoli può andare in tutto il pianeta, anche negli
Stati Uniti, ma, poi, ritorna a Bacoli?
È un’attrazione. È un paese che affascina. Mio padre rimase negli
Stati Uniti dieci anni. Quando tornò, ancora giovane, quarantenne, sposò
mia madre, ventenne.
Come si usava a quell’epoca. Le donne, invece, non viaggiavano.
Conservavano i valori della casa, oltre a occuparsi dell’educazione dei
figli.
Anche i fratelli di mio padre sono emigrati negli Stati Uniti.
Erano molti?
Sì, cinque fratelli. Uno, che si chiamava Antonio, andò negli Stati
Uniti a sedici anni.
Per quell’epoca non era raro, perché a sedici anni erano
considerati adulti. Si sposavano.
Crescevano rapidamente. Nelle condizioni di allora, quando si
viaggiava nelle stive, non c’erano cabine sulle navi, si arrivava negli
Stati Uniti senza conoscere la lingua, e ci voleva un discreto coraggio.
Sono sempre molto grato a mio padre perché, comunque, anche per altre
ragioni, il suo sacrificio, il suo lavoro, il suo impegno hanno consentito
a noi figli di vivere in maniera decorosa, di essere avviati agli
studi.
Però, queste donne e madri hanno pure una certa importanza, perché
anche la casa è essenziale.
Eccome! È fondamentale per la famiglia. Il sacrificio delle madri
era notevole, perché si dedicavano con pazienza e con amore all’educazione
dei figli.
Anche quando i mariti andavano via, per lavoro, e addirittura negli
Stati Uniti, nelle condizioni di allora, quando non c’erano i mezzi di
comunicazione che ci sono adesso.
Adesso si prende l’aereo, ma allora…
Anche una telefonata non sarebbe stata facile, a quell’epoca.
Sembrano passati millenni.
Infatti, venti anni fa, mi trovavo negli Stati Uniti e per un
motivo particolare dovevo chiamare un amico in Italia. Avevamo perso i
contatti e dovevamo vederci a Roma, a Fiumicino. Telefonare non fu facile.
Dovetti chiamare il centralino, comunicare il numero, aspettare.
Poi,
siccome non c’era quella spigliatezza e quella conoscenza della lingua
inglese, tutto diventava ancora più complicato.
E i fratelli, quanti sono?
Siamo tre fratelli. Uno ha seguito le orme paterne: a ventidue
anni, dopo il servizio militare, è partito per il Venezuela. Allora, si
preferiva il Sudamerica, perché offriva molte possibilità.
Questo, nel dopoguerra.
Nel 1952, nel secondo dopoguerra.
Negli anni cinquanta, c’erano l’Argentina, il Venezuela, poi, il
Canada o l’Australia. Non c’erano, come negli anni dieci e venti, gli
Stati Uniti.
A Caracas, mio fratello ha fatto tanta strada. È diventato un
industriale. Adesso, il Venezuela non è più una grande nazione. Sta
attraversando un periodo molto particolare.
Nell’America Latina, in generale, c’è quasi il crollo.
Infatti, sta per trasferirsi e investire anche negli Stati Uniti, a
Miami, dove c’è suo figlio, che lavora in una galleria d’arte.
Trasferisce
le sue proprietà negli Stati Uniti, perché il Venezuela non offre più
sicurezza.
Il trasferimento negli Stati Uniti o, addirittura, il ritorno in
Europa, sta accadendo, talora, in America Latina.
Ho fatto molte mostre in Venezuela. Ho iniziato nel 1968. Il
contatto fu semplice. Una galleria si interessò ad alcune mie cose.
E da
lì iniziammo.
Intanto, un fratello è in Venezuela. È partito nel 1951, quindi
abbastanza presto, giovane.
Ventunenne.
E l’altro fratello...
L’altro fratello, invece, è vissuto e vive a Bacoli.
Il primogenito, chi è?
Quello che è andato a Caracas.
Poi?
Poi, c’è l’altro fratello, impiegato dello stato, a
Bacoli.
Quindi, il primo ha fatto come il papà e come il nonno materno. Si
è trasferito, però, in via permanente.
Non ha fatto l’emigrante.
La famiglia, l’ha costruita a Caracas. Si è sposato lì.
Ha trovato moglie a Caracas, i figli sono nati lì e hanno studiato
lì.
Invece, l’altro fratello ha seguito un altro filone, quello della
tradizione.
Infatti, è stato impiegato dello stato, all’Intendenza di finanza
di Napoli, per trent’anni. Adesso è in pensione, fa il nonno, e per lui va
bene.
Certo, mantiene anche lui i valori, in un altro modo; egli ha
viaggiato all’interno, altri hanno viaggiato all’esterno. E ha fatto la
sua esperienza, pur stando in Campania.
Ciascuno ha il suo modo di essere, di vedere. Ha i suoi desideri,
le sue ambizioni. Egli non ama molto girare il mondo e l’Italia.
Quindi, è
tranquillo. Io e l’altro fratello di Caracas siamo più intraprendenti, nel
senso che amiamo visitare le città, girare il mondo.
Io, in particolare,
amo molto visitare e conoscere.
E poi, l’intera Sua opera è un viaggio.
Certo, un viaggio.
Pur mantenendo, però, questa base a Bacoli.
La base del viaggio è Bacoli. Il mio percorso artistico parte da
Bacoli.
I nonni, li ha conosciuti?
Ho conosciuto solo il nonno paterno, e poi i nonni
materni.
Però, anche della nonna paterna qualcosa ha saputo, ha sentito, nel
racconto di Suo padre.
Io dialogavo molto con mio padre. Mi raccontava tutto dei suoi
genitori, come erano arrivati a Bacoli.
In breve, avevo un buon rapporto
con lui.
Quindi, raccontava. La storia della famiglia la raccontava il
padre, anche con battute e aneddoti.
Molti aneddoti. Gli devo molto, lo ricordo sempre con grande amore.
Per un giovane è fondamentale avere il consenso del padre nell’avventura
che intraprende.
Non ha ostacolato.
Mio padre era un uomo della terra, un uomo che non aveva fatto
grandi studi, mentre io avevo fatto il liceo classico e, poi,
l’università. Quindi, poteva essere un’ambizione, per un genitore, vedere
il figlio laureato.
Invece, quando decisi, all’età di ventiquattro anni,
di lasciare gli studi e dedicarmi alla pittura, mentre trovai una certa
difficoltà da parte di mia madre, mio padre, non so, per affetto, per
stima, per convinzione, non esitò a dirmi: “Fai quello che hai in mente,
perché sono sicuro che quello che hai in mente è degno di considerazione e
io ho tanta fiducia”. E queste parole mi hanno dato una spinta.
Mi hanno
accompagnato sempre.
Poi, anche la madre ha accolto la cosa. Era contenta di vedere le
opere. C’era quella differenza di età fra i due. La madre ha avuto più
tempo per apprezzare l’itinerario.
Mi sorprese mio padre che, senza esitazione, disse: “Lasciatelo
fare, sono convinto che farà cose di qualità, degne di essere apprezzate”.
Questo è stato, per me, molto incoraggiante.
Quindi, Lei è il terzo figlio. Se il primo viaggia, va negli Stati
Uniti, e il secondo segue la tradizione, diviene impiegato dello stato e
rimane nella sua terra, il terzo non fa né l’una né l’altra cosa. Oppure,
in un certo senso, fa l’una e l’altra, sia viaggiare sia tenere ai valori,
reinventandoli.
Sono stato tentato molte volte, ventenne, di trasferirmi negli
Stati Uniti.
Non l’ho fatto come avevano fatto mio fratello e mio padre,
ma in maniera diversa, andando spesso negli Stati Uniti.
Frequenta gli Stati Uniti, perché c’era il racconto del nonno
materno e del papà. Gli Stati Uniti c’erano già nel racconto di quando era
bambino.
Nella memoria sono rimasti gli Stati Uniti e New York, le tante
cose che mi ha raccontato mio padre, le tante avventure, il suo impegno
per il lavoro, tanti episodi. Io non mi sono trasferito negli Stati Uniti.
Però, è come se lo avessi fatto. Poi, ci sono stato.
Ho iniziato anche un
itinerario artistico. Ho fatto varie mostre.
È arrivato più volte negli Stati Uniti con le opere e in occasione
delle mostre. Ha sentito anche i racconti dei nonni.
Del nonno materno, in particolare, perché era stato lì tanti anni,
e raccontava anche delle sue avventure amorose.
Raccontava anche di quelle...
E ne era fiero e orgoglioso. Invece, mio padre raccontava solo del
suo lavoro, cui si è dedicato con molta serietà e molto impegno.
E aveva
anche grande amore per la famiglia. Il ricordo di mio padre è sempre
forte.
La madre era legata ai genitori, che vivevano lì vicino. Però, era
legata anche al marito, rispetto a cui c’era una certa differenza di
età.
Non si notava, però. Mio padre era molto giovanile. Anzi, forse
appariva più giovane, nonostante i venti anni di differenza.
Aveva
viaggiato molto. Anche in tarda età, non disdegnava di fare viaggi.
Invece, mia madre era legata alla casa e vi rimaneva sempre, per sua
scelta, per suo desiderio. Mio padre colmava questo divario con la sua
voglia di girare il mondo. Sono stati bene insieme.
Ci hanno dato un buon
esempio di famiglia.
Non vive più nessuno?
Mio padre è morto nel 1975. E mia madre è morta un anno fa, all’età
di novantadue anni. In novembre.
Anche il papà aveva una certa età...
Il papà aveva ottantaquattro anni. Mia madre, invece, è stata
longeva, e si è spenta serenamente.
È vissuta serena, tranquilla, e così
si è spenta.
Nell’ultimo periodo, seguiva sempre le Sue opere.
Molto. In casa sua, aveva due opere degli anni sessanta, che
guardava sempre. Spesso le raccontavo i successi che avevo.
Era molto
fiera e orgogliosa. Diceva sempre una parola.
Si esprimeva nel suo modo
semplice di donna di paese e di casa: “Sei stato sempre famoso!”, volendo
dire che avevo fatto sempre cose di pregio.
Quindi, Lei nasceva nel 1938; poi, ci fu la guerra, per cinque
anni.
Ero molto piccolo. I ricordi sono molto sfuocati. Nel 1943, la
guerra nel sud era terminata.
Quindi, dall’età di cinque anni, rimane
qualche immagine molto sfuocata.
E poi, dopo il 1943, nel 1944 e nel 1945, incominciano le
elementari e, negli anni cinquanta, le medie e il liceo classico. A Bacoli
o a Napoli?
No, a Bacoli non c’erano ancora le scuole medie. Feci le medie e il
liceo classico a Pozzuoli.
Era il centro principale.
Oggi è una cittadina di circa centomila abitanti. E rimane un
centro importante dell’area flegrea.
Alle medie e al liceo il disegno era obbligatorio.
Ma io, puntualmente, non lo realizzavo. Il fatto che il professore
imponesse di disegnare mi creava una certa repulsione.
Perché era secondo certi schemi, certe regole, le
proiezioni...
Tant’è che non disegnavo. Così, il professore era convinto che non
sapessi disegnare. Invece, al termine della terza media, disse: “Fate un
disegno a vostro piacere”, e io improvvisai quello che avevo in mente,
facendolo con tutta la voglia di disegnare.
Quando il professore lo vide,
non fu convinto che lo avessi realizzato io e disse: “Chi te l’ha fatto?
Ma allora sai disegnare!”.
“Certo”, risposi io. E lui: “E perché, per
tutto l’anno, non hai fatto niente?”.
E io: “Perché voi dicevate di fare
una bottiglia, io desideravo fare un paesaggio”. Così, in terza media, ho
iniziato a dipingere e disegnare.
Ma Le dico come è nata la passione
per il disegno e la pittura. A Bacoli, c’era un pittore, un bravo artista,
legato a una vecchia tradizione pittorica. Qualche volta, lo incrociavo
per strada. Era un artista autentico, perché interpretava il vero in
maniera mirabile.
Apriva la cassetta e rimaneva lì due ore, a dipingere. I
miei amici, dopo dieci minuti, andavano via, io stavo a osservarlo.
La
cassetta, i colori sulla tavolozza suscitavano in me una grande emozione,
come quando, da bambini, ci facevano scegliere i cioccolatini.
Lei era alle elementari o alle medie?
Facevo la prima media, potevo avere dodici o tredici anni.
Come si chiamava il pittore?
Gennaro Massa, un professore del luogo, che ha dipinto belle cose.
I suoi colori mi emozionavano, e capii allora che la mia passione per la
pittura era forte. Ho incominciato così a scarabocchiare.
Gennaro Massa Le ha insegnato?
Siamo stati insieme a dipingere. Egli mi portava con sé e
dipingevamo. Certamente, guardavo, sbirciavo, mi rendevo conto del modo di
mescolare i colori. Bisognava creare una gamma.
Le tecniche, che egli aveva, bisognava pure impararle.
E, certamente, mi è stato utile per i primi passi.
Mentre il docente di disegno delle medie e poi del liceo era solo
un tecnico, non era un artista. Dopo il liceo, che cosa ha
fatto?
M’iscrissi all’Università di Napoli, alla facoltà di scienze
geologiche. Avevo quasi completato il corso, mi mancavano due o tre esami.
Ma non volevo aspettare, pensavo di fare tardi, dovevo assolutamente
dedicarmi alla pittura. Quindi abbandonai l’università.
Infatti, Dino Buzzati, nel suo testo, La chiama “giovane geologo
napoletano”. Siamo nel 1969.
Avevo ventiquattro anni, quando ho abbandonato l’università per
dedicarmi esclusivamente all’arte, alla pittura.
In quel periodo, la mia
ambizione era dipingere, esclusivamente dipingere, e realizzare tutte le
mie cose attraverso la pittura.
Volevo, dalla pittura, trarre tutto, fare
di una passione un motivo di lavoro.
M’interrogo anche su questa geologia.
Perché ho scelto geologia? Perché non ero molto convinto di poter
fare studi scientifici in maniera fortemente razionale.
Quindi, cercai di
trovare una facoltà che, in qualche modo, desse una libertà anche
all’interpretazione personale.
Ero convinto che nella geologia e nello
studio della terra non tutto fosse perfettamente e scientificamente
spiegato, ma che ci fossero l’intuizione e la ricerca. Pensai che questa
facoltà potesse, in qualche modo, essermi affine. Poi, la verità fu
tutt’altra, perché bisognava fare esami di chimica organica, di
matematica, di botanica, di zoologia. Insomma, tutta un’altra
cosa.
C’era anche il disegno?
Il disegno non c’era.
La cartografia?
Sì, ma era lo studio del territorio, la stratificazione delle masse
vulcaniche.
La stratificazione, c’era…
Le varie sovrapposizioni delle masse, le ere geologiche.
I movimenti della terra.
Pensavo che fosse la facoltà più congeniale al mio modo di vedere
le cose. Avevo intrapreso la pittura in maniera forte e continuativa.
Dedicavo più tempo alla pittura che allo studio.
Fin dal primo anno?
Dipingevo molto già dal liceo classico. Avevo iniziato a fare
mostre e avevo avuto consensi da alcuni critici come Paolo Ricci, a
Napoli, il quale, già quando avevo sedici-diciassette anni, aveva scritto
note molto positive sulla mia pittura, anche perché affrontavo tele di
dimensioni molto grandi. Ricci vide in me una grande voglia di esprimermi
attraverso la pittura e scrisse sull’“Unità”, credo nel 1955, note molto
incoraggianti. Quindi, avevo già avuto qualche consenso. E, allora,
pensai: perché perdere tempo, facendo altre cose, nelle quali non credo e
che non finirò mai? Così, decisi di dedicarmi esclusivamente alla pittura.
Da lì iniziai il mio itinerario.
Ha incontrato, poi, altri artisti, qualche maestro?
Sì, secondo me, la svolta fondamentale, sopra tutto per farmi
capire l’arte che esisteva nel mondo, non solo nella provincia di Napoli,
è stata la presenza di un maestro, Guido Tatafiore, professore
all’Accademia di Napoli, persona amabile, uomo intelligentissimo, ma,
sopra tutto, un grande artista. Negli anni 1955-57 da Napoli il maestro si
trasferì a Bacoli.
E c’incontrammo.
Pur proseguendo la sua attività a Napoli, abitava a
Bacoli.
Fu un incontro importantissimo.
Casuale…
… casuale, ma molto importante. Era una persona molto generosa, un
vero artista. Sopra tutto era un artista di avanguardia.
Era uno dei
promulgatori, nel 1955, dell’arte astratta a Napoli. Fece capire a me e a
qualche altro giovane che la pittura non era soltanto la rappresentazione
delle cose.
Che non lo è per niente.
Che non lo era per niente, ma era in effetti un’altra cosa. Ci
aggiornava su ciò che avveniva nel mondo, c’erano già la pop art in
America e l’arte astratta.
In che anno avviene l’incontro con Tatafiore?
Nel 1954-55.
Quindi, presto.
Ho un’opera, che è stata riportata anche in qualche catalogo, La
sedia, del 1955. È un’opera cubista che, ancora oggi, ritengo valida.
Nonostante avessi una giovanissima età, realizzai quest’opera con
l’influenza di Guido Tatafiore.
A Bacoli aveva anche l’atelier?
Aveva l’atelier a Napoli. Ma un piccolo atelier l’aveva anche a
Bacoli.
Per i week-end.
Abitava a Bacoli.
L’incontro avveniva a Bacoli. Lei andava nell’atelier e stava lì
mentre lui lavorava?
Raramente. Piuttosto che lavorare per sé, il maestro seguiva noi.
Dico noi, perché ero insieme con un altro giovane pittore della zona.
Ci
teneva molto che disegnassimo e lavorassimo con lui.
E l’altro giovane pittore?
È rimasto nella zona, ritornando, poi, sui suoi passi figurativi.
Quando si sta con un artista e egli dice certe cose, queste possono essere
di grande utilità. Ma, a un certo momento, ciascuno si svincola e decide
quello che ha in mente di fare. E questo è significativo perché anche per
me, dopo avere fatto l’arte cubista negli anni 1955-56, c’è stato un
ripensamento.
Le cose bisogna sentirle, devono nascere da dentro.
Informarsi su quello che avviene nel mondo dell’arte è fondamentale,
giusto per non essere provinciali e isolati. Poi, fare è un’altra cosa.
L’arte deve sentirsi. Deve esprimere ciò che si sente.
Quindi, la frequentazione di Tatafiore è stata fondamentale e anche
costante, nel periodo della giovinezza, fino …
… fino agli anni ottanta.
Un lungo periodo.
Tra l’altro, Tatafiore è morto giovane. Era un po’ debole di cuore…
Nel 1980, con la scossa di terremoto, prese paura e gli venne l’infarto.
Morì a Napoli, ma volle essere seppellito a Bacoli.
Quanti anni aveva?
Una sessantina d’anni. Anche meno, forse.
Quindi, giovane.
L’incontro con Tatafiore è rimasto importante per me.
C’è un museo a Napoli?
Non c’è un museo, perché a Napoli si creano pochi musei, per la
verità, ma rimarrà nella storia dell’arte italiana.
Non hanno creato neppure una fondazione?
No, di recente hanno fatto una mostra delle sue opere.
L’opera si è dispersa.
L’opera si è un po’ dispersa, anche se i figli cercano di tenerla
in evidenza il più possibile. Meriterebbe che venisse fatto
qualcosa.
Quindi, dopo Gennaro Massa, il vero maestro è stato lui, colui che
Le aveva dato la tecnica.
Sì, mi aveva aperto gli occhi alla pittura.
Che non è poco, la tavolozza, con i colori. Però, già negli anni
sessanta, incominciano i viaggi.
Negli anni sessanta, incomincio a girare l’Italia, i vari
musei.
Beh, già a Napoli, c’è Capodimonte.
Ma anche i musei di Milano, Roma, la Galleria di Arte Moderna;
incomincio a seguire le mostre che avvengono in Italia.
C’è l’incontro con qualche altro artista?
Certo, molti di quel periodo, a Milano.
Con qualcuno in particolare?
In particolare no, incontri più che altro occasionali. Ho iniziato
il mio itinerario artistico facendo mostre e partecipando a concorsi.
Quando, nel 1967, ho realizzato la mia prima mostra al Maschio Angioino di
Napoli, avevo timore di presentarmi al pubblico.
Avevo realizzato un bel
gruppo di opere. Le aveva viste uno scultore napoletano, Luigi Ciccone,
presidente dell’UCAI, l’Unione Artisti Cattolici Italiani, che aveva sede
al Maschio Angioino. “Perché non fai una mostra, sono stupendi”, aveva
detto. Si affezionò molto a questa mia pittura espressionista. Pur
dipingendo il paesaggio flegreo, le opere erano cariche di pathos e molto
gestuali nella loro realizzazione.
In quell’occasione, mi scoprì il
critico e storico dell’arte Piero Girace, che scriveva su “Roma” ed era
amico di tanti artisti italiani, amico di De Chirico, amico di Guttuso.
Quando vide la mostra ne rimase entusiasta e m’inserì in un gruppo che
egli aveva formato, “Tradizione e realtà”.
Pur avendo sede a Napoli, il
gruppo annoverava artisti di tutta Italia, tra i quali io, che ero il più
giovane. Allora, avevo meno di trent’anni. C’erano artisti di una certa
importanza. Ma m’inserì, perché riteneva che avrei portato un contributo
al gruppo.
Qual era l’artista più noto di questo gruppo a
quell’epoca?
Vari artisti degli anni venti erano amici di Girace e partecipavano
sempre alle grandi mostre che organizzava.
C’erano Gentilini, Guttuso e
altri. Questo percorso, lo iniziai con lui. Nel 1967, a Desenzano del
Garda, partecipai con un’opera che fu premiata con l’Ala d’oro (a
Desenzano c’era una tradizione aeronautica), premio riservato all’opera
più significativa di un pittore che non avesse compiuto ancora i
trent’anni. Ne parlarono tutti i giornali locali e nazionali.
Quando andai
a ritirare il premio, Migneco, Armando Innocentini, presidente del premio
Il Fiorino di Firenze, e vari artisti si congratularono per l’opera che
avevo realizzato. In quel periodo, si susseguirono tante partecipazioni a
varie mostre nazionali.
Nel 1967, la mostra al Maschio Angioino. Quante opere
c’erano?
Erano ventitré opere.
Occupavano vari spazi.
Sì, ma era una bella mostra, calibrata. In quel periodo facevo io
le cornici, in maniera artigianale, con oro zecchino e argento, dando a
ciascuna un tono, a seconda dell’opera. E la cornice era adatta a
quell’opera. Quindi, realizzai una mostra, dove ero artista e artigiano. E
ancora oggi, alcuni posseggono quei miei quadri con le cornici realizzate
da me, che sono di una bellezza unica.
La mostra fu molto ammirata.
Girace, che non mi conosceva proprio, da allora mi seguì sempre, sia
scrivendo articoli sia con una rubrica radiofonica su Raitre, che si
chiamava Piani, forme e colori. Lo ha fatto per molti anni, sostenendomi
in maniera forte e convinta.
Ma quella mostra fu per me un trampolino di
lancio. Tra l’altro, vendemmo tutte le opere.
Lei aveva trent’anni.
Ventinove, per la verità.
È stata la prima riuscita. Poi, arrivano gli anni
settanta.
Nel 1968, invece, organizzo la mia prima mostra in Venezuela, a
Caracas. In quel periodo, il Venezuela e, in particolare, Caracas erano
ricche di fermenti.
Era terminata la fase dell’emigrante.
Questi era
diventato colto, era riuscito a crearsi una base economica, per cui
incominciava a guardare all’aspetto culturale e a porre attenzione
all’arte. C’era anche una bella università, c’erano critici d’arte, che
incominciavano a creare.
Provenienti dall’Europa e da tutta l’America Latina.
C’erano anche studiosi del luogo. Ne ho conosciuto uno, Rafael
Pineta, che ha scritto libri su Cuma e che ha fondato un museo
nell’Orinoco. Era incominciato un grande interesse per l’arte. Così, nel
1968, feci una mostra con un gallerista armeno, il signor Derderian.
Una
specie di gigante di 170 chili. Era entusiasta delle mie cose. Egli
organizza un evento artistico e realizza un cortometraggio che viene
proiettato in tutti i cinema di Caracas. La televisione m’intervista.
Tutti i quotidiani parlano della mostra e pubblicano tante foto mie e
delle opere che occupano un’intera pagina. Insomma, veramente un grande
successo.
Questo dà una certa soddisfazione. Quindi, Lei è forte di questa
seconda riuscita, non a Napoli ma a Caracas...
Al rientro, avevo i soldi che mi consentirono di sposarmi.
E di fare anche altri lavori. La mostra successiva, importante,
quando è stata?
Ho fatto una bella mostra a Milano, alla galleria Il Cannocchiale,
nel 1969, in via Brera. Allora, Milano accoglieva veramente tutti i
pittori di varie parti d’Italia. Era la capitale europea dell’arte. Si
creavano grandi eventi. C’era un grande interesse.
Fra gli anni sessanta e gli anni settanta.
C’era il boom economico dell’Italia e Milano era la città
principale. Della mostra di Milano, scrissero per me Dino Buzzati, Mario
Lepore, Dino Villani. I critici di allora, molto importanti, scrissero
sulla mia pittura parole incoraggianti e la mostra, anche dal punto di
vista delle vendite, riuscì molto bene.
Napoli, Caracas, Milano. Poi, arrivano gli anni
settanta.
E altre mostre. Intanto, a Caracas ci fu un appuntamento biennale.
Ogni due anni, ho ripetuto le mostre. Complessivamente, dieci personali a
Caracas.
Quindi, il fratello è stato un grande sostenitore, uno
sponsor!
Certo, uno sponsor.
Come si chiama il fratello?
Michele.
E l’altro fratello?
Giovanni. Bisognerebbe ricordare tutte le mostre, ma…
Veniamo a un’epoca più recente: c’è stato il Palazzo dei Diamanti a
Ferrara, San Michele a Ripa a Roma, poi San Marino.
Nella Repubblica di San Marino vinsi anche un premio. Poi, Lecco,
Bergamo, Foggia, Catania.
E poi, noi abbiamo organizzato la mostra a Parigi.
La grande mostra alla galleria Paris Art Center, e quella che
abbiamo fatto, sempre insieme, a Roma, a San Michele a Ripa.
Quella è
stata una grande mostra!
Senza dubbio. Poi, Antibes.
Al museo di Antibes.
E a Ginevra.
Sì, una bella mostra anche a Ginevra. Poi, nel 1994, c’è stato
anche un contatto più diretto con New York.
Ero già andato negli Stati
Uniti, dove le mie opere furono esposte, nel 1973, presso la Newman
Gallery di Philadelphia, che voleva ancora organizzare alcune cose con me.
Ma io, in quel periodo, ero un po’ pigro, non raccolsi l’invito, per cui
la cosa cadde.
Ero molto preso dalle cose che stavo organizzando in
Sudamerica, ma, bene o male, quello della mostra alla Newman Gallery fu,
comunque, un episodio. Invece, nel 1994, sono stato invitato da una
galleria di New York a Soho, nello Spazio Italia Gallery.
Il gallerista, chi era?
Il gallerista era un romano, Francesco Nicotra. Aveva la galleria
proprio a Soho, nel cuore di New York, dove ci sono tante gallerie
importanti. Non aveva un filone pittorico. Non portava avanti un discorso
particolare.
Amava la varietà. Faceva una mostra di mosaici romani e poi,
magari, una mostra di Ugo Attardi. Però, quando io ho esposto, nel 1994,
gli dimostrai che la buona pittura si fa spazio da sola.
Quella mostra
ebbe grande successo.
Quante opere c’erano?
C’erano venticinque opere importanti, e c’erano già le
icone.
Siamo nel 1994.
La mostra ebbe esito positivo non soltanto perché ne parlarono i
giornali, ma anche perché seri collezionisti acquistarono le opere.
In
America, questo conta parecchio. La mostra fu importante, perché mi aprì
al mercato americano.
Poi, l’abbiamo ripetuta nel 1997, sempre nella
stessa galleria, ancora con grande successo.
Avevo fatto anche una mostra
a Miami, in Florida, nel 1993. Anche lì andò bene.
Nel 1997, ho fatto una
mostra all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco. A San Francisco,
la galleria, con cui attualmente sto lavorando e dove sto portando avanti
la mia pittura con grandi risultati, è la Galerie Elektra a Sausalito,
vicino a San Francisco.
Lì, c’è un mercato ampio, perché questo paesino
con il Golden Gate, il grande ponte, è un po’ come Capri a Napoli.
Confluiscono lì persone da tutto il mondo; per cui i miei quadri furono
acquistati da australiani, olandesi, tedeschi e anche da italiani.
Ci sono molti italiani?
Magari italiani di passaggio, e molti residenti. Dal 1998, lavoro
con questa galleria di San Francisco con grandi risultati.
Quindi, per quanto riguarda il viaggio e l’itinerario artistico,
c’è stata una fase astratta e un po’ informale.
Sì, pur essendo stato un pittore figurativo, influenzato molto dal
paesaggio flegreo e dal paesaggio campano per un trentennio, ho
interpretato il paesaggio secondo una mia visione. Infatti, i paesaggi del
1967-70 sono molto particolari.
Lei ne sta sfogliando alcuni dal catalogo
e si può rendere conto di come la visione sia molto drammatica.
Le cose,
le osservavo e le vedevo in una luce sempre carica di eventi.
Iperimpressionista.
Iperimpressionista e anche espressionista, gestuale, molto forte.
In quel periodo, le mie opere erano guardate con diffidenza dal pubblico
campano, ancora legato a una tradizione pittorica del primo novecento,
molto figurativa, molto oleografica.
C’era una Sua specificità. C’era
sempre l’astrazione.
Certo, la lezione cubista non era venuta meno. Era, comunque,
presente.
Un processo di astrazione c’era sempre.
Questo periodo rimane molto significativo nella mia pittura per
questo paesaggio flegreo, realizzato con influenze espressioniste e
cubiste, ma con una mia particolare autenticità, una mia visione delle
cose. Ancora oggi è un periodo significativo.
E, così, l’ho portato avanti
per molti anni. La svolta è avvenuta negli anni 1988-90, e Lei ha seguito
questo percorso: il modo cubista mi aveva consentito di realizzare le cose
secondo volumi, poi, negli anni novanta, questi volumi si sono dissolti,
per cui c’è stato quasi un ritorno al postimpressionismo. La forma si
dissolveva.
È stato un passaggio molto significativo, perché nel
dissolversi, la forma...
... si dissolveva apparentemente.
… apparentemente, avveniva che la forma cubista si dissolveva. Con
il postimpressionismo sembrava di fare un passo indietro e, invece, non è
stato così. Da quel momento in poi, le cose sono state guardate in maniera
completamente diversa.
Sulla tela, la prospettiva, il primo piano, il
secondo piano, il terzo piano si dissolveva, e tutto si ribaltava, andando
incontro a un’assoluta libertà espressiva.
Infatti, le opere degli anni
novanta sono opere quasi informali, quasi astratte.
Nello stesso tempo, il Suo non è l’informale degli anni cinquanta,
che c’è stato in Italia. Lei non ha aderito alla pop art negli anni
sessanta. E nemmeno ha partecipato al concettualismo degli anni settanta
né al riflusso degli anni ottanta e tantomeno alla new age degli anni
novanta.
Diciamo che sono stato fuori tempo.
Ha seguito, in modo rigoroso, la specificità del Suo
itinerario.
Con l’esperienza acquisita, con la professionalità, avrei potuto,
studiando la cosa a tavolino, essere uno dei pittori dell’avanguardia.
Fare le cose che facevano gli altri. Invece, ho scelto di dipingere per
divertirmi. Per il piacere. A non realizzare quello che si sente, non si
trova piacere. Ho fatto quello che i miei sentimenti mi suggerivano di
fare.
E forse, qualche volta, sono stato penalizzato, perché sono rimasto
fuori dalle grandi mostre di tendenza.
Purtroppo, uno scotto si paga.
Però, oggi sono convinto di essere un pittore, che dipinge secondo una sua
originalità.
Assolutamente. Quello che io noto è la costanza. Fra l’icona degli
anni novanta e del duemila e le opere degli anni cinquanta, noto un unico
processo linguistico.
Questo è vero.
È sempre un processo di astrazione, è sempre il paesaggio di
Bacoli, che arriva a scrittura. Sempre più una scrittura. E non c’è
nessuna rottura, in queste fasi. Invece, noto la costanza. Fra la
struttura delle ultime icone e le opere degli anni cinquanta, non siamo
lontani.
Anzi, questo raffronto l’ho fatto e lo stanno facendo molti. Fra le
mie opere degli anni settanta e quelle di oggi, il passaggio è
brevissimo.
E anche degli anni cinquanta.
Anche degli anni cinquanta, è vero. Probabilmente ci sono state
influenze di varia natura, nel corso degli anni…
… materiali.
... dei passaggi che non hanno niente a che vedere con le opere
degli anni cinquanta e sessanta e con quelle attuali, ma sono esperienze.
Se mettiamo a confronto le opere degli anni sessanta con le opere recenti,
le icone, il varco è brevissimo: si capisce che, da lì, non sarei potuto
che arrivare alle icone.
Quindi, il rigore.
Il rigore e la continuità nell’espressione. Credo che l’icona sia
una grande intuizione.
L’icona, che cos’è? È la pittura come scrittura, perché quella di
Napoli è una grande civiltà. L’avanguardia americana e l’avanguardia
europea non possono ritenersene la fonte. C’è una grande civiltà, che è
quella di Napoli: si tratta di accogliere questa scommessa dando un
contributo a questa civiltà, si tratta di assumerla e di andare oltre,
proponendola, ancora, in un altro modo. C’è anche una lettura di Napoli,
attraverso l’icona, ma quando dico Napoli, intendo dire la Campania.
Le mie icone partono dalla Campania, dalla zona flegrea, da Cuma.
Ma credo che affrontino problematiche e atmosfere che si possono trovare
in tutto il mondo.
La civiltà di Pozzuoli, di Bacoli, di Napoli non è quella della
provincia.
Certamente.
Può esserci provincia anche dove si propone esclusivamente
l’avanguardia, perché diventa una moda e diventa conformismo. Dove, alla
base, non c’è l’intellettualità, ma l’analfabetismo.
È facile adeguarsi alle mode. È difficile, invece, starsene lontani
e esprimere qualcosa.
Ci sono opere cui viene dato un valore commerciale, perché si
trovano in un certo contesto socioeconomico, per cui acquista un valore
commerciale anche uno scarabocchio di qualsiasi natura, che non abbia
nessuna portata intellettuale, anzi, meglio se brutto, e dove non ci sia
niente da leggere.
Vorrei farLe leggere la lettera di una collezionista americana, che
insegna all’Università di Philadelphia, che ha comprato un mia opera
presso la galleria di San Francisco. È una signora che, poi, ha voluto
incontrarmi ed è venuta in Italia con il marito.
Mi ha scritto una lettera
che ritengo andrebbe inserita fra le testimonianze più significative sulla
mia pittura.
Mentre era in viaggio e stava visitando San Francisco, entrò
nella galleria e vide le mie opere. Ne fu attratta in modo particolare.
Ne
parlò con il marito e l’attirò subito un’opera. Volle comprarla. Scrive:
quell’opera rappresenta la mia giovinezza, la visita ai musei italiani, i
fondi oro delle opere nelle gallerie fiorentine, il trecento italiano, mi
ricorda i miei anni giovanili nelle visite ai musei italiani.
Questa
testimonianza è molto significativa per una donna che è vissuta e vive
tuttora in America e che viene attratta dalle mie opere e dal ricordo
delle cose importanti che ha visto nelle chiese e nei musei italiani.
Certe volte, vale molto di più una testimonianza come questa, che un
saggio critico.
Lei ne ha ricevute, di lettere, nelle varie epoche.
Tantissime.
Spesso anche da parte di non critici, che danno una loro
impressione e una loro lettura, magari non convenzionale.
Fuori dagli schemi.
A me sembra che non possiamo indicare un momento di svolta. Ma
nella sua globalità, fino all’icona, la portata della Sua opera emerge, in
maniera chiara, con la mostra di Parigi.
Nella mostra di Parigi, c’era una sola icona.
Apparentemente una sola icona.
Ma era presente già nelle ultime opere.
Guardando le varie opere, più e meno recenti, c’è stato chi — come
Gabi Gleichmann — ha capito che la costante dagli anni cinquanta a oggi
era l’icona.
Sono andato a rileggere quel saggio. La cosa sconvolgente è che,
quando egli ha visto le mie opere, l’icona non l’avevo ancora realizzata.
Lui, invece, l’aveva notata dall’inizio.
L’ha notata nei miei autoritratti. Ha individuato come punto di
riferimento l’icona bizantina.
Addirittura, nei paesaggi. Poi abbiamo letto anche i saggi di
Julius Edlis, Jean-Pierre Faye, Roger Dadoun, Dominique Desanti, tutti
scrittori di primissimo ordine. E anche Fernando Arrabal, che Le ha
dedicato due saggi.
Uno nel 1992 e uno nel 1999 per il volume della mostra che ho fatto
a Roma. Quello del 1999 è molto significativo. Più ampio e più
approfondito.
Perché ha avuto modo di leggere ulteriormente le opere. L’icona è
l’icona del Mediterraneo. Il Mediterraneo non è un mare. Ormai dire “il
Mediterraneo” è come dire il pianeta.
È una cultura.
Cultura e arte.
Non è un mare, ma una cultura, un modo di vita, una tradizione e
un’arte.
E la politica? Stando a Bacoli, è difficile proporsi soltanto come
artista, o anche proporsi come medico, avvocato, senza avere a che fare
con la politica. È impossibile.
È impossibile non notare le cose, non discutere delle questioni,
non guardare l’ambiente com’è e come dovrebbe divenire. Dal dibattito
politico nasce l’impegno intellettuale per il nostro paese.
È una necessità per l’artista.
Nella politica mi sono trovato coinvolto fortemente per l’impegno
verso il paese dove vivo, dove poi sono stato eletto sindaco nel 1983, per
undici anni, per due legislature e mezzo. Credo di avere contribuito
fortemente anche come sindaco.
Anche prima del 1983?
Sono sempre stato impegnato, anche da semplice cittadino, anche da
artista, a organizzare mostre, a ravvivare il dibattito culturale
nell’ambito del paese. Abbiamo fatto cose pregevoli.
Sempre a Bacoli. Però, gl’interlocutori stavano a Napoli, a Roma.
Fra questi, alcuni molto preparati. Il politico a Napoli è un politico
colto, un politico preparato, non è soltanto un professionista della
politica, come l’artista non è un professionista dell’arte e un pittore
non è un professionista della pittura.
Anche l’impegno politico è stato un momento molto significativo
della mia vita. Forse se avessi avuto l’ambizione per la politica, avrei
potuto compiere un itinerario ancora più significativo, non soltanto
facendo il sindaco del mio paese.
Ma avevo, e ho, soltanto ambizione nel
campo dell’arte.
La politica è, anch’essa, un processo artistico e intellettuale.
Invece, la politica comunemente detta è anche strumentale, rispetto
all’arte. Bisogna ammetterlo. Ormai da tempo, forse dal 1992 in poi, si
trova in una fase in cui questa strumentalità non interviene. Ma le mostre
in Venezuela sono proseguite?
Fino al 1993. Adesso non c’è più un clima adatto per fare mostre.
C’è molto disordine. L’economia è allo sfascio.
Ci sono problemi economici
e di stabilità politica molto seri, e il pubblico è distratto rispetto
alla cultura. Dal 1993, ho preferito non ripetere più mostre in Venezuela.
Ci sono alcuni, in Venezuela, che hanno ormai diverse opere, anche
collezionisti.
Ci sono moltissime opere.
Anche il fratello ha una buona collezione.
Sì, mi ha seguito
molto, ha molte opere mie degli anni settanta. Non opere recenti, ma
quelle che ho realizzato fino al 1993. Poi, mie opere sono presenti in
collezioni importanti e in qualche museo. In Venezuela, ho avuto molte
soddisfazioni.
Nelle mia biografia è riportato, inoltre, che, nel 1975,
ebbi il riconoscimento “l’Ordine di Andres Bello” dal Ministero della
pubblica istruzione del Venezuela per meriti artistici, pubblicato anche
sulla Gazzetta Ufficiale, per la mia presenza costante a Caracas.
In
quell’occasione, il museo dell’Orinoco acquistò un’opera, che è conservata
tuttora. Ancora oggi, la mia presenza a Caracas è abbastanza forte.
Lei
sta sfogliando le mie opere degli anni settanta. Alcune, messe accanto
alle icone odierne, non evidenziano una grande differenza.
Lì, osservavo
il paesaggio in maniera molto originale. Oggi, nelle icone, c’è il
paesaggio, c’è la memoria del paesaggio.
La memoria, sempre.
Questo è il primo catalogo uscito con
Spirali.
In occasione della mostra di San Michele a Ripa a Roma, nella
chiesa grande. Fu una bella mostra, quella. Molto significativa.
Nel catalogo della mostra, ci sono disegni: china su carta, matita
su carta, oppure tecnica mista su carta, che qui, purtroppo, non erano
stati riprodotti a colori. Ma anche così, i disegni e le opere su carta
sono sempre nella stessa logica e nella stessa struttura. In breve,
l’icona non è solo un felice incidente che è capitato in una certa fase
dell’arte.
È un punto al quale bisognava arrivare per tutte le cose che avevo
realizzato.
Anche La sedia, del 1956, è un’icona: la stessa logica e la stessa
struttura. Sempre.
Per questo motivo, preferisco che il giudizio sulle mie opere lo
diano le persone autorevoli come Lei. Perché per me è molto difficile
leggere le cose che ho fatto. Le faccio e basta. Poi, altri deve
interpretarle e esprimere anche un giudizio di correlazione tra le prime
opere e quelle recenti. Lei lo sta facendo in maniera veramente egregia. E
quindi sono convinto che quello che sta dicendo è puntuale e
vero.
La mamma era venuta alla mostra del 1968, a Caracas?
No.
Qualche volta a Napoli, al Maschio Angioino?
Sì.
Al ritorno da Caracas si è sposato.
Avevo guadagnato anche un bel po’ di quattrini, che non disturbano
mai.
E, quindi, il matrimonio. E la moglie?
L’ho conosciuta giovanissimo. È di Bacoli, una bella donna anche,
che mi è piaciuta subito.
Con lei vivo felicemente da ormai trentaquattro
anni.
Dal 1968.
Ma io la conoscevo già dagli anni sessanta.
Però, il matrimonio è nel 1968.
Stiamo insieme da trentaquattro anni, ma ci conosciamo da
quarantuno.
È qualcosa che ha costituito una forza, per Lei. Da una parte,
c’erano la madre, che è vissuta a lungo e il padre che, comunque, non è
morto giovane. Dall’altra, la moglie, che ha costituito una grande
forza.
Una grande presenza nella mia vita e nella mia pittura. Una donna
che capisce le difficoltà di un mestiere come il mio, capisce che bisogna
dare sempre il meglio, uscire dalla routine, affrontare una serie di
avventure. Avere al fianco una donna che ha capito queste cose, che le ha
intese, è un motivo di grande piacere, di grande soddisfazione, ma anche
di grande sostegno.
Io sono venuto a trovarLa due volte, una volta da solo e una volta
con mia moglie.
Per me, è stato un grande piacere.
Mia moglie ha, come me, una straordinaria ammirazione per le Sue
opere e anche per la famiglia.
Grazie.
Abbiamo avuto l’impressione che la prima lettrice sia la moglie.
L’atelier non è lontanissimo dall’abitazione. E in casa, ci sono varie
opere, dal pavimento…
… realizzato in ceramica da me.
... alle pareti.
… in camera da letto, dappertutto.
La Sua opera è una specie di qualificazione dell’intero golfo di
Pozzuoli. Una volta, veniva utilizzato il termine universalità. Si può
discutere di questo termine, se abbia una portata, perché contiene
l’universo, e allora bisogna intendere in quale accezione. Ma
l’internazionalismo e la varietà stanno a Bacoli. Questa è la scrittura di
Bacoli, millenaria; ma i millenni, non è chiaro se siano quelli
apparentemente trascorsi o quelli che devono venire.
Io La sto ascoltando, perché Lei ha ascoltato me. Ma sono molto
curioso di sentire le Sue considerazioni sulla mia pittura.
Lei, in una
visita al mio studio, ha descritto molto bene questa emozione e
quest’itinerario, e così l’ha definito:
L’approdo di Ferdinando Ambrosino.
E l’ha descritto nel volume che s’intitola L’angelo della notte.
Queste opere sono del 1989?
Sono arazzi che ho fatto realizzare da indigeni della foresta
amazzonica.
Sulla base di un Suo disegno.
Tre arazzi molto particolari. Mandai i bozzetti e li feci
realizzare dagli indigeni.
Bellissimi. Ecco, mi pare che queste siano le cose
principali.
Le cose principali della mia vita e, sopra tutto, della mia
pittura. I valori della mia vita sono i valori della mia pittura.
25 agosto 2002
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