Gianni Race
Una patria dello spirito
Lungo i viali dei giardini pubblici, sullo sfondo il lago Miseno che avvampa dei bagliori del sole occiduo, di fronte la linea d’ombra delle colline, tra la folla che anima il mosaico delle aiuole, inondate dal neon, sfilando davanti ai quadri della tradizionale esposizione estiva, musiche e canzonette si diffondono dappertutto, mentre il cielo si dipinge dei sontuosi colori del crepuscolo, con Ferdinando Ambrosino, pittore e sindaco della mia città, discorro della sua stagione artistica e del suo impegno civile; la sua voce vibra di timbri antichi, ha la sonorità di remote scaturigini. Sereno e sicuro come sa essere chi di slancio ha risposto al prorompere di una vocazione, che è esercizio di sentimenti e di intelletto, ripudio di vischiosi condizionamenti e di calcoli sottili.
Lo ascolto con interesse e l’osservo per scoprire se nelle armoniose inflessioni della scansione o nel gesto della quotidianità tenace celi il segreto del flusso inarrestabile della sua vitalità e il sortilegio della sua magia pittorica.
Ma il segreto è nel cuore, come per ogni artista vero. E il suo cuore affonda le radici profonde nel fertile humus che lo alimenta. Da ogni pennellata, da ogni tela traspare l’amore furente di Ambrosino per la terra natìa, plaga dei favolosi Campi Flegrei, “una patria dello spirito”secondo Schelling.
Questa Bacoli, scenario di affascinanti miti ellenici e di orge lussuriose nella baia imperiale, di follie e di grandezze dei cesari, emerge in un concerto rutilante di colori, di suggestioni e di poesia, ma anche aspro di realtà umane, dall’opera antologica di Ferdinando Ambrosino.
È il crogiuolo dove egli fonde l’oro della sua ispirazione. E non è poco, se è vero che qui Virgilio abbozzò il disegno dell’aldilà, modulando i melodiosi esametri del VI libro della sua Eneide dalla visione di questa terra (Sainte-Beuve) e Petrarca qui comprese le ragioni della magnificenza architettonica di Roma (Ad fam. ep., V). Nella pittura di Ambrosino ritrovi l’ardore della terra flegrea, il cui respiro è di fuoco e gronda storia.
Egli la indaga talvolta con l’occhio del geologo, alla cui carriera era destinato se non avesse deciso, accantonati gli studi scientifici, di perseguire senza ambiguità la strada maestra dell’arte. Così lo straordinario spettacolo che ci propone con la serie dei Tufi (1967), in quel teatro senza pari dei panorami flegrei, dove l’ardita bellezza dei picchi tufacei è sfida al tempo e sulle pareti erose dalle piogge e dai venti scorgi l’impronta delle vicende laviche, assurge a poema cromatico, nel quale tra i fantasmi della mitologia omerica, si chiamino Lestrigoni o Ciclopi, il ritratto maestoso del padre potrebbe avergli fornito l’occasione per dipingere in sembianze il leggendario Ulisse della periegesi avernale oppure il pio e casalingo Enea.
In queste opere la contrada flegrea è stata rivisitata talvolta in chiave cubista, a strati corposi e a ritmi serrati, nelle plastiche composizioni di Baia (1969), Torregaveta (1968) e Capo Miseno (1981), in un divampare di ardenti ocre, di rossi accesi, di gialli squillanti, di baluginanti bianchi, di dolci verdi smeraldo, di azzurri che campiscono da stendardi di cielo e da radure di mare come echi di sentimenti ancestrali.
Discorrendo con Ferdinando Ambrosino rivedo, nel dipanarsi dei fotogrammi appena sfocati della memoria, il ragazzo longilineo dallo stile elegante, il sorriso schietto di illuminante ironia, sguardo acuto e lontano, la mano ferma nello stringere il pennello dei suoi sogni colorati, accanto al cavalletto dell’Autoritratto (1960).
È lo stesso ragazzo, con i calzoncini corti però, che correva rispettosamente dietro gli anziani pittori, canuti o dalla chioma alla nazarena, che venivano a Bacoli per dipingere i paesaggi famosi, immortalati da Giacinto Gigante e dagli artisti della scuola di Posillipo.
A quel ragazzo pensavo, che portava la cassetta dei tubetti a olio e della tavolozza con la dignità di un diplomatico, nell’ammirare Il campanile (del 1968, oggi in una collezione privata negli USA), un quadro intriso di struggente amarcord.
Quel ragazzo di allora, il pittore Ferdinando Ambrosino, presenta il consuntivo della sua trentennale attività a Ferrara, proponendo le opere più significative del suo percorso di artista, da quando diciottenne esordì sorprendentemente meritandosi l’apprezzamento di un grande critico napoletano, quale Paolo Ricci, sino alle più recenti mostre, ai successi degli ultimi anni.
La sua forza espressiva deflagra in girandole coloriche, partecipi dell’irrequieto destino dei personaggi del suo microcosmo umano, arriva alla resa creativa senza compromissioni e sgombra di ogni pregiudizio teorico.
Cavatori, pescatori e muratori affollano le composizioni, stretti dalle linee del disegno ma anche dall’urgenza di una proposta sociale, filtrata attraverso la sensibilità dell’autore. Perizia formale e nitore stilistico convergono in esiti stupefacenti nella felice serie delle nature morte: sanguigne, brillanti, sontuose di un barocco reinventato per inserirvi esercizi dell’iniziazione cubista sul velluto dei preziosismi cromatici.
Certi blu, i rosa pallidi, le bianche lucenti losanghe, i grumi grigi che sembrano gioielli, rivelano l’estro e il talento di pittore aristocratico. L’intrusione di oggetti nei paesaggi fiabeschi fanno talvolta pensare a Chagall, ma la pittura di Ambrosino è viva e scoppiettante di festosità mediterranea. Il guizzare iridescente dei pesci, lo sfrullare variopinto dei pappagalli, l’incanto dei vasti orizzonti in una sinfonia di morbidi toni, trombe e orchestrine, giocatori di carte che ammazzano la noia in osteria, pulcinelli e arlecchini che sembrano statuine di bisquit e si muovono con l’eleganza del minuetto settecentesco, imbastiscono uno spettacolo fantastico e denso di lirismo, evidenziando la cultura e l’esperienza di Ambrosino, pittore di quella Napoli che fu una capitale europea.
L’omaggio a Procida, patria degli avi, ricalca l’ordito delicato e nostalgico di Lamartine, riflette l’inquietudine di Elsa Morante dell’Isola di Arturo, riscoprendo luci e ombre di un paesaggio trasognato e qualcosa del suo essere artista nella scorza, dura anche nel colore materico, dei volti tersi e onesti degli isolani. Anche la scelta della sede di questa mostra assume rilievo emblematico. Ferrara si stende nella ferace pianura padana, dove nella non lontana provincia di Mantova nacque e si forgiò il poeta Virgilio, indissolubilmente legato alla storia e alla leggenda dei Campi Flegrei, che ne custodiscono ignote le ossa. Ferdinando Ambrosino, pittore e sindaco, proviene da quella meravigliosa zona, ricca di località famose come Cuma, dove si recò Enea per consultare l’oracolo della Sibilla, e Miseno, che prese il nome del mitico eroe dell’Eneide e diventò porto e simbolo della potenza navale di Roma imperiale insieme con l’adriatica Ravenna, pur non lontana dalla città di Ferrara. 1986
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